"Io invece penso a Cristalli (Paolo Cristalli, Io penso alla strada, io penso a Verlaine , Editrice Rivista Abruzzese, 2003), penso alla notte. Lo penso di notte nelle strade proprio come quell’ombra lunga che si staglia, nelle suggestive foto di Pasquale Comegna, sul selciato pietroso di un qualunque chissà dove del mondo o della sua solitudine. La notte è la matrice-divoratrice che genera il sogno, come anelava Rimbaud, di “un’altra vita” e che per ferocia ineluttabile ne determina, al tempo stesso, anche il crollo istantaneo o un franare retroattivo, lento e rituale, come un’esecuzione ripetuta all’infinito sul corpo martoriato del ricordo. Paolo Cristalli è un poeta dolente nel senso più fisico e sacrificale del termine.
Sulla scia dei poeti “maudit” pare toccato, nella buona e nella cattiva sorte, da un senso di predestinazione, anche quando questa ipotesi non ha senso alcuno o, al contrario, è provocata dall’ottusa indifferenza del “prossimo” distante. Un poeta diviso tra un’acida mestizia e un dolcissimo furore, sbattuto da marosi esistenziali contro una terra dura che non è la sua poiché apolide all’interno di un tormentato movimento interiore che non lo porta da nessuna parte, se non nell’altrove, in quella zona parallela di apparente armistizio dove rifugiarsi come un profugo depredato in un campo di rovine intimiste.
Ma la reattività di Cristalli è indomita, somiglia al colpo di coda di uno squalo che anche all’ultimo morso può essere pericolosissimo. È sicuramente un poeta isolato, fuori clan, scomodo, eretico. L’ambiente dei poeti accademici, cosi glaciali e letargici, non conoscono fraternità verso i loro consimili “dall’altra parte della riva”. Questa genia di polli freddi rivolti al sublime e alla celestialità, questi chierichetti del verso puritano e asettico, questi aristocratici astensionisti che non si sporcano le mani con la vita reale, hanno contribuito ad affossare la poesia, ad allontanarla dalla gente, a renderla elitaria, a spegnere l’indignazione civile. Cristalli rigetta i giochi formali estremi che altri manipolano e venerano come unica finalità della poesia stessa, Cristalli apre un altro gioco: le jeu de massacre. E il primo a andare al massacro è proprio lui quando massacro vuol dire spogliazione di sé, scandalo, provocazione, invettiva, insulto. È la poesia dello “strappo” nel senso della lacerazione, della visceralità sviscerata, del corpo poetico sanguigno perché sanguina, va in brandelli, si disintegra, e si ricostituisce solo in un esacerbato solipsismo che ha dell’eroico, l’eroismo di chi, inadeguato ai sistemi sociali vigenti, trova una sua uscita di soccorso nell’anatema rancoroso e nel pedinamento di teneri fantasmi d’amore per un attimo apparsi con la loro offerta di carnale conforto. Ma oltre a questo conforto, ci sono dei compagni di viaggio che non lo abbandonano mai: Léo Ferré e Jean Roger Caussimon due grandi poeti anarchici che assumono le sembianze di fraterni angeli notturni col pugno chiuso e la gola aperta. La notturnità di Baudelaire.
Cristalli, più francese che italico, è figlio dei bistrot parigini, quelli che – dagli anni ’40 agli anni ’50 – hanno visto la nascita della canzone d’autore, la Poesia in musica, il concerto dell’utopia libertaria. In quei bistrot dove letterati come Sartre, De Beauvoir, Vian, Camus, Breton, Prevert, interagivano con gli artisti del cabaret intellettuale dando vita a un nuovo modo di fare e percepire la poesia cantata, rendendola un genere di pari livello con le altre forme espressive storicamente consolidate. Questo libro cosi fuori schema unifica in un intreccio ombelicale, formule creative diversificate: canzoni, poesie, prose. Bisogna stare attenti quando lo si tocca: urla. E non urla solo sdegno e rabbia, ma un infinito amore, eternamente adolescente, puntualmente disilluso, caparbiamente testardo nell’offrirsi in una clonazione continua come un punto sorgivo al quale noi tutti ci abbeveriamo nella speranza di placare una sete che di questi tempi rischia di diventare arsura. E se questo non sarà possibile, allora, a denti stretti, proprio come Cristalli diremo: vaffanculo! "

Mauro Maccario

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